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Harada Roshi

Zazen e Sussokan


Il monaco Joshu Jusshin nacque in Cina durante la dinastia Tang (tra il settimo e l'ottavo secolo dopo Cristo). Il maestro Joshu, che ottenne l'illuminazione tra i diciassette e i diciotto anni, visse col maestro Nansen da quell'età fino alla morte di quest'ultimo, quando Joshu aveva cinquantasette anni, dopodiché Joshu si prese cura della tomba del suo maestro. A sessant'anni fece un voto: “ Se c'è qualcuno che ha capito più di me, anche se ha tre anni, imparerò da quel che ha da insegnare e se c'è qualcuno che ha cent'anni, ma vive nell'ignoranza, io lo salverò”. Con questo voto profondo e questa determinazione viaggiò per ogni angolo della Cina, cercando maestri e realizzando il Dharma. All'età di ottanta anni, dopo aver peregrinato per vent'anni, tornò alla sua città di origine e divenne l'abate del tempio di Kannon-in. Fino all'età di centoventi anni Joshu insegnò ai suoi discepoli con entusiasmo. Nel mondo dello Zen è considerato come un modello di persona che pratica e vive secondo lo Zen.

Un giorno un monaco andò a trovare Joshu: “Sono un nuovo monaco appena arrivato in questo dojo. Puoi dirmi cosa è importante fare quando si pratica? Come si dovrebbe condurre la propria vita? Non ho la minima idea di cosa fare; potresti dirmi qualche parola su cui io possa fare affidamento per guidarmi?” Il monaco stava cercando delle parole per cui essere grato, qualcosa di cui potersi fidare e da cui dipendere. Joshu rispose in maniera esattamente opposta, dicendo: “Hai mangiato la zuppa d'avena stamattina?” Il monaco probabilmente rimase veramente sorpreso dalla risposta di Joshu. Aveva chiesto quali fossero i punti da mantenere durante la pratica, e cosa gli viene risposto? “Hai mangiato la zuppa d'avena stamattina?” Che domanda ridicola! Non era ovvio? Ma Joshu non stava chiedendo della zuppa d'avena che il monaco aveva mangiato a colazione, stava chiedendo di una importante parte della pratica. Gli stava chiedendo di essere ancora più attento a quel che stava facendo. Questa risposta indubbiamente lasciò il monaco realmente deluso. Egli disse: “Ho ricevuto la tua risposta” al che Joshu rispose senza esitazione: “Dopo aver mangiato la zuppa d'avena, assicurati di aver lavato bene le tue ciotole!” A quelle parole, il monaco immediatamente capì cosa intendeva dire Joshu.

Questa è la storia. Noi diciamo “zazen, zazen” e parliamo di “pratica, pratica”. Diciamo “il Dharma”, il Dharma” e “la verità, la verità” – diciamo tutte queste cose e sembra che ci sia qualcosa di speciale e inusuale. Questo modo di parlare è la prova che i nostri sforzi ingegnosi e creativi non sono ancora attivi, non vivono. Possiamo capire i ragionamenti e la logica, ma non abbiamo ancora capito il preciso luogo in cui siamo. Possiamo sapere del sole e della luna e delle stelle che sono in cielo, ma non abbiamo ancora capito la nostra Mente.

Molte persone spesso vengono a fare domande sulle condizioni infelici e in continuo cambiamento esistenti nel mondo contemporaneo – in queste circostanze complicate, può il nostro zazen essere di qualche utilità? Questo è ciò che chiede molta gente. Per rispondere a questa domanda semplicemente, usiamo una sola idea, allineare. Dentro questa parola, allineare, è inclusa l'idea che ogni cosa si posiziona nel suo giusto posto, nel suo proprio ordine. Per primo allineiamo il corpo, poi allineiamo il respiro, dopo allineiamo la mente. E, quando la nostra mente è allineata, non possiamo essere soddisfatti del solo allineamento della nostra mente individuale. E' quel SE più grande, che comprende tutte le cose che esistono, la Mente che infine deve essere allineata.

Per questo dobbiamo cominciare col parlare di come sedersi nella pratica di zazen, della postura fisica che conduce al primo passo dell'allineamento del corpo. E' importante sedere con un corpo bilanciato: leggero nella metà superiore e pesante e centrato nella metà inferiore. La posizione del loto completo è la migliore per mantenere l'equilibrio; un mezzo loto è anche possibile, ma quando ci si siede nella posizione del mezzo loto e più facile sbilanciarsi e farsi male alle gambe. Se ti siedi nella posizione del mezzo loto, devi prima inclinare il corpo tutto in avanti, poi sederti nuovamente indietro e continuare a muoverti avanti e indietro fino a che non trovi il giusto posto nel centro. Se farai questo sarai capace di sentire chiaramente il tanden e la zona lombare. Sia che siedi nella posizione del loto completo che in quella del mezzo loto, se pieghi le gambe il più possibile sulle cosce, sarai capace di mantenere l'equilibrio; è quando ti siedi in maniera sbilenca, senza piegare abbastanza le gambe, che queste si indolenziscono e intorpidiscono. Così, porre attenzione ai dettagli della propria postura è molto importante per trovare il giusto allineamento.

La zona lombare deve essere allineata, non spinta indietro. Stare con la zona lombare spinta indietro potrebbe risultare più comodo, ma questo ti porterebbe facilmente sonnolenza e pensieri estranei. Appena raddrizzi la spina dorsale, piegati leggermente in avanti, contrai i muscoli dello sfintere anale, e poi torna a sederti ben diritto, avvicinando le gambe quanto più possibile al tronco. Sia che siedi nella posizione del mezzo loto che in quella del loto completo, le piante dei piedi devono essere rivolte verso l'alto e non di traverso. Con i muscoli dello sfintere anale contratti, il ki, o energia, si muoverà su attraverso il tanden e la colonna vertebrale, fino alla fontanella all'estremità della testa. Perché questo accada, la colonna vertebrale deve essere diritta. E' necessario indossare abiti comodi che non limitino il movimento del respiro. Se tu sedessi in questo modo, non avresti pensieri estranei anche se provassi. Ovviamente le gambe ti farebbero male se stessi seduto in questa posizione per dodici ore al giorno, ma non è una cosa che devi fare come se fosse una gara di resistenza. Prova a stare seduto così, del tutto dritto e con chiarezza, anche per un breve periodo durante il giorno.

Quando non stai attento al tuo corpo, concedendoti qualunque cosa tu abbia voglia di fare, tutto il tuo ki sale nel busto e resta bloccato nelle spalle e nei muscoli del collo; le spalle diventano rigide e la parte superiore del corpo ti farà male. Se le tue gambe e i tuoi piedi sono instabili e il tuo equilibrio non va, diventi iperemotivo e insicuro. Questo succede perché quell'energia (ki) che fluisce e può allineare l'intero corpo, è andata tutta nella parte superiore di esso. Il tuo corpo sta scomodo ed è difficile sistemarlo, e quando ci si prova l'allineamento diventa difficoltoso e doloroso. Perfino andare avanti nella vita quotidiana diventa difficoltoso. Quando diciamo che la posizione di zazen mette il corpo in ordine significa che, quando metti il corpo nella giusta posizione di zazen, puoi rafforzare il tuo centro e allineare il corpo. Quando raddrizzi la spina dorsale, il ki fluisce naturalmente su e giù lungo di essa e il collo tiene naturalmente la testa; come una pagoda che è stata costruita un pezzo sull'altro, siedi in una posizione di buon equilibrio. Se mantieni questa postura non solo mentre pratichi zazen, ma sempre nel corso della giornata, lavorando o camminando, in tutti i movimenti e attività, potrai tenere il tuo centro nel basso ventre. La metà superiore del corpo diventa davvero fresca e leggera, e avrai una sensazione di chiarezza. Il tuo ki si raccoglie e riempie il tanden; la tua energia è piena e vigorosa. Le spalle sono abbandonate e rilassate; la testa è chiara e fresca.

Allo stesso modo il cibo che mangi dovrebbe essere adatto alla pratica di zazen. Carne e cibo grasso che addensa il sangue dovrebbero essere ridotti, evitati, preferendo cibi proteici e più nutrienti. Anche il sonno andrebbe gestito in maniera misurata. Non va bene per zazen dormire troppo o troppo poco. In questo modo, dall'ambiente, dal cibo e dal riposo ricevi energia e supporto per la tua pratica. Certamente un corpo in salute è anche la condizione fisica più adatta a zazen; quindi è molto importante prendersi cura della propria salute. Andando un po' oltre, possiamo dire che piuttosto che sedersi da soli, è più idoneo sedere con altre persone, poiché ci permette di vedere il modo di sedere di ognuno, e di sentire reciprocamente l'energia e il lavoro di armonizzare la mente. Sedere circondati da persone che non hanno nessuna sensibilità per zazen è molto difficile; nello stesso modo non puoi solo sederti vagamente sul cuscino e pensare che questo è fare zazen. Allinea il corpo, poi il respiro e infine la mente – devi dare origine a questo voto profondo. Non succederà così, solo perché ti siedi. Devi avere una volontà risoluta di armonizzare il respiro, devi avere una volontà risoluta di tenere la mente chiara, devi far crescere questo voto dentro te stesso, esprimerlo nel tuo zazen; senza questa determinazione e impegno nel tuo zazen, esso non diventerà vero zazen.

L'allineamento del respiro deve essere fatto in maniera non troppo forzata, né troppo debole. Va fatto espandendo largamente e prolungando ampiamente. Un respiro ben allineato è fondamentale. Quando il respiro è disturbato non puoi fare valutazioni e osservazioni corrette. Quando il tuo respiro diventa corto, perdi più facilmente la calma, non sei nelle condizioni di vedere le cose in una prospettiva chiara e sei capace soltanto di vivere in maniera miope, secondo ciò che ti trovi di fronte al viso. Vieni facilmente condotto e condizionato da ciò che dicono gli altri, sospinto da ciò che accade nel mondo, e diventi sempre più confuso e deluso. Questa è la prova che il tuo respiro non è in ordine. Non importa in che circostanze o situazioni ti trovi, mantenere un flusso del respiro rilassato ed ampio: questo è ciò che si intende per tenere il respiro in ordine. Comincia col raddrizzare la spina dorsale, centrando il respiro nel tanden, proprio sotto l'ombelico. Un respiro dopo l'altro, respira con l'addome come se respirassi con tutto il tuo corpo. Questo è il modo migliore per sviluppare il samadhi. La testa diventerà limpida naturalmente finché non rimarrà nulla; veramente vuota – completamente rinfrescata. La tua mente sarà piena di energia, vigorosa, tuttavia fresca e chiara. Questo stato della mente raggiunto naturalmente è ciò che viene chiamato samadhi. Per allineare il respiro abbiamo la pratica del sussokan. Sussokan non è solamente un esercizio di respirazione, come spesso viene erroneamente considerato. Serve a ripulire le stesse radici della mente, un bisogno spesso trascurato al giorno d'oggi, specialmente da chi vive nella società. Per chi pratica zazen, il sentiero del samadhi deve essere intrapreso con il sussokan.

Sussokan ha sei modi meravigliosi di respirare: “su”, per contare; “zui”, per armonizzare e seguire il respiro che fluisce dentro e fuori; “shi”, per fermare, per concentrare la mente in un punto; “kan”, per vedere chiaramente e direttamente la vera natura di tutte le cose esistenti; “gen”, per usare gli occhi che possono vedere ogni cosa per vedere chiaramente dentro se stessi; e, infine, “jo”, per purificare, per raggiungere quel posto della non parola che sta ovunque. Tutti abbiamo l'abitudine di tenere strette le cose nella nostra mente per tutto il giorno; tutti abbiamo pensieri estranei che vanno avanti tutto il tempo. Se non ce ne liberiamo, nessun samadhi sarà possibile – sarà solo un accumulare sempre più mozo, sempre più pensieri estranei e delusioni.

Comincia espirando completamente, non forzando il respiro ma lasciando andare tutte le costrizioni e le tensioni del proprio corpo. Se sei piegato o se pendi o sei teso, significa che sei intrappolato nei tuoi pensieri. Per rilasciare completamente tutte le tensioni della parte alta del corpo, devi respirare in maniera rilassata e ampia, appiattendo l'addome. Ma se fai questo con tensione, il tuo respiro si bloccherà nel diaframma. E' molto importante fare uscire tutta l'aria alla fine di ogni espirazione; se l'espirazione è troppo corta e non completa, non farai altro che aumentare i tuoi pensieri. Se tu la forzi, non si espanderà né si estenderà. L'espirazione completa dovrebbe durare dieci o quindici secondi, o, per i principianti, circa otto secondi, con otto secondi di inspirazione; così dovresti fare solamente circa quattro respiri completi in un minuto. Se non puoi trovare il posto nel basso ventre da cui espirare, il tanden, cerca di spingere fuori leggermente il respiro con due piccoli spinte alla fine di ogni espirazione, per ottenere il controllo del corpo. Quindi inspira senza risucchiare l'aria; ricorda, non è la tua coscienza che sta respirando, è il corpo che respira tutto il tempo. Quando il respiro diventa più naturale, l'espirazione sarà più lunga, mentre l'inspirazione rimarrà con una durata naturale.

A questo punto aggiungi l'attenzione al conteggio dei respiri, espandendo lentamente e diventando una cosa con ogni numero, senza tensioni e senza fretta. Devi cominciare sussokan con “su”, contare, seguendo il respiro naturale, non producendo o forzando un respiro programmato. Non puoi spremere fuori il respiro o diventerà forzato. In maniera rilassata, lasciando andare tutte le tensioni, la consapevolezza segue con attenzione il respiro, non viceversa, senza alcuna forza che comprima il respiro o faccia pressione su di esso. Non contare artificiosamente ma aumenta il conteggio naturalmente, da uno a dieci o da uno a cento o a mille, come preferisci. E' anche possibile contare solamente uno ripetutamente. Espira completamente e fino in fondo, dando due piccole spinte alla fine di ogni espirazione, questo renderà il respiro molto confortevole.

Devi cominciare col lavorare su ciascun respiro, individualmente e meticolosamente con una profonda sensazione di espansione, contando i respiri con calma, andando da uno a dieci e poi di nuovo da uno a dieci. Devi diventare stupidamente sincero nella incessante applicazione a questo conteggio attento. Conta fino a dieci, poi torna a uno, da uno ritorna fino a dieci di nuovo e ancora. Fai così ripetutamente, ancora ed ancora, lavorandoci con creatività ed inventiva. Concentra l'attenzione sull'espirazione e poi naturalmente, ampiamente, con una sensazione profonda, espira dal basso ventre. Allinea fondendo l'espirazione e il respiro; espira fino alla fine dell'espirazione, quando il ventre comincerà naturalmente ad inalare e a riempirsi nuovamente. Con questo gonfiamento naturale ti piegherai leggermente in avanti, lasciando andare, facendo venire leggermente fuori l'addome, e il respiro fluirà dentro nuovamente. Segui questo processo con attenzione; la tua consapevolezza sta soprattutto nel conteggio, e con l'aiuto del respiro ti concentrerai energeticamente, dando vita ad una sensazione piena e vigorosa. Se fai questo troppo velocemente e in fretta, il tuo respiro diventerà meccanico; la tua mente non si immergerà in una concentrazione intensa, e diventerai irrequieto. Uno per uno, meticolosamente e attentamente, devi prestare attenzione a ciascun respiro, esalando completamente finché la pancia non è totalmente piatta, raccogliendo tutta l'attenzione nel tanden e riempiendolo con energia, respirando il respiro completamente, per poi dimenticarlo e passare al prossimo respiro.

Quando sarai comodo nella tua seduta, potrai proseguire col respiro senza sforzo e il movimento si adatterà perfettamente al respiro. All'inizio il tuo corpo tirerà indietro e il movimento dell'addome sarà impacciato, ti preoccuperai di come si sta muovendo, se sta lavorando o no. In ogni modo, se lo ripeterai costantemente, raggiungerai il punto in cui il respiro e il conteggio si accorderanno perfettamente. Se lavori in questo modo, la mente che continuamente vaga di qua e di là, la mente che pensa ogni genere di cose, divagando a caso, con tutti quei pensieri che sorgono improvvisamente, quella mente, naturalmente, si allineerà al respiro e si unirà al conteggio. Quindi non rimarranno che il conteggio e il respiro. Questo è il samadhi del sussokan. Facendo questo, diventi solo respiro, senza pensare a nient'altro. Entrare in questo stato della mente è “su”.

In questo modo, dal giorno alla notte, puoi imparare a seguire l'andirivieni del respiro; conti e conti e continui a contare. Continui il conteggio dei respiri sia che tu stia facendo zazen o no, in piedi o seduto, sveglio o addormentato. Se continui a contare in questo modo, il respiro che entra e che esce diventa completamente naturale. Infine, con uno stato mentale aperto e chiaro, quei respiri seguiti meticolosamente potranno continuare anche senza conteggio. La tua concentrazione si accorderà perfettamente, mai separata dal respiro.

All'inizio devi fare affidamento sul conteggio dei respiri, adottando questo metodo per focalizzare l'attenzione, poi in maniera naturale il conteggio dei respiri non sarà più necessario. Quando arriverai a seguire il respiro senza alcun bisogno di contare, questo è “zui”, seguire il respiro. Nel momento in cui questo succede da sé, e non c'è un particolare momento in cui sta per succedere, lì tutta la consapevolezza scompare, e allora sopraggiunge il respiro che è “shi”, o “fermare”. Non può essere forzato o falso. Deve essere fatto naturalmente. Deve venire da sé. Non si può prevedere quanto tempo prende, ma dopo aver sperimentato questo arresto ritorni alla consapevolezza, e questo è “kan”, “vedere”; anche questo un effetto non provocato. Deve succedere da sé. A seguire ecco “gen”, dove hai dimenticato completamente te stesso, e infine quello stato mentale luminoso, chiaro e trasparente che è “jo”. In tutti questi sei (momenti), la via naturale al samadhi, è molto importante lasciar andare ogni sforzo e fare tutto naturalmente.

Sebbene vi siano sei modi di respirare, i primi due, contare e seguire, sono essenziali. Non ti fare intrappolare dal nominare e notare o cercare di capire in quale dei sei modi ti trovi in quel determinato momento, stai giusto con il conteggio e il seguire. Ciò che più importa è diventare completamente il respiro, non importa ciò che stai facendo, vai avanti, sia che stai lavorando, recitando sutra o praticando zazen. Ma ovviamente la qualità del respiro non è sempre la stessa. Diventa più profonda o più superficiale in accordo con ciò che stai facendo in quel momento. Devi continuare finché non riconosci cosa sta facendo il respiro e cosa il respiro sta facendo dentro di te. Questo è “su” che poi diventa naturalmente “zui”, dove c'è solo il respiro che va dentro e fuori e questo è tutto quello che succede. Ancora, questo accade naturalmente e spontaneamente. Questa analisi non è ciò che conduce al samadhi, ma è come puoi considerarlo dopo averlo sperimentato per vedere come funziona.

Raddrizza la spina dorsale, centra il respiro nel tanden, un respiro dopo l'altro, respirando con l'addome mentre esegui il tuo sussokan o il tuo koan con tutto il corpo. La testa diventa naturalmente chiara e non resta nulla, perfettamente vuota completamente rinfrescata; la tua mente è piena di energia, vigorosa, e in più fresca e chiara. Questo stato della mente raggiunto naturalmente è ciò che viene chiamato samadhi. Va fatto fino al punto in cui tagli fuori tutte le connessioni con il mondo esterno, dove niente di niente tocca o si introduce nella tua coscienza.

Tenere gli occhi aperti è molto importante. Tagliare tutte le connessioni con il mondo esterno non significa chiudere gli occhi e le orecchie, appannare e annebbiare la testa, sentendoti sprofondare nello stesso tempo. Questo è zazen da serra, ed è inutile nella vita reale. Ti farà solamente diventare ansioso di essere vivo e di stare nel mondo esterno. Se pratichi sul cuscino in questo modo, non farai altro che trattenere questa ansia dall'uscire fuori. Devi tagliare tutte le connessioni, ma non devi annullare i tuoi sensi. Devi solamente raccogliere la tua mente in un punto chiaro su cui vigilare. E' questa l'indicazione chiara per tagliare fuori tutte le connessioni esterne. Non attaccarsi assolutamente a nulla è il modo per lasciar andare interiormente tutte le preoccupazioni. Lascia che il respiro vada dentro e fuori. Per tutto il tempo, che sia sussokan o koan, non farti catturare dai vari pensieri, solamente lascia entrare e uscire il respiro mentre stai col sussokan o col koan. Lascia che tutto avvenga facilmente, come un'immagine che passa su uno schermo, ma mantieni l'attenzione sul respiro, non permettendo che niente si ammassi nella tua mente, fino a non poter dire se sei tu a respirare o se il respiro si fa da sè.

Il respiro non si ferma mai, va avanti sempre. Devi solo stare attento al suo fluire. Ma facendo questo non devi permettere che vi siano interruzioni. Anche se ci sono stimoli esterni, semplicemente continua senza pausa, sia che sorgano o meno pensieri. Bodhidharma paragonava questa fermezza alla condizione di un muro, quando diceva: “Tagliando tutte le connessioni con le cose esterne, lasciando andare tutte le preoccupazioni interiori, quando la mente sta come un muro saldo e alto, in quel momento siamo una cosa con la Via”. Ma nemmeno stare duri e rigidi come un muro funziona. Sia che tu sia seduto o in piedi, non importa quel che stai facendo, non devi lasciar andare quello stato della mente. Facendo così, tutti quei pensieri tanto rumorosi e fastidiosi finiranno per calmarsi. Tutte quelle cose che pensavi di dover pensare verranno sgombrate. Al giorno d'oggi vi sono talmente tanti stimoli che questo non avviene facilmente, ma se puoi continuare con un impegno sincero, realizzerai uno stato mentale pieno ed energico, come il più profondo fondale dell'oceano, talmente fermo e limpido che né il vento né una sola onda può sfiorare.

In questo modo, allinei la mente in modo che non resti più niente; “con la mente vuota” è il modo migliore per tradurre la parola usata in giapponese. Questa parola non può essere spiegata facilmente, così diciamo di allineare la mente. Se osserviamo la nostra vita quotidiana, dal mattino alla sera, capiamo che ci sono problemi importanti su cui dobbiamo riflettere attentamente, ma trascorriamo parecchio tempo a pensare inutilmente cose cui non è necessario pensare. Pensiamo a problemi di tipo emotivo, alle relazioni tra le persone; continuiamo a far andare in tondo i problemi nella nostra testa, ripetendoli senza fine. I nostri cervelli sono continuamente oberati e sovraffaticati. Questo è il pensiero estraneo e l'immaginazione estranea. Quando ricordi qualcosa, aggiungi su di essa pensiero su pensiero, associando pensieri senza fine. La tua consapevolezza viene confusa sempre più e non funziona correttamente. Non puoi agire e muoverti con cura e in modo appropriato. Anche i tuoi giudizi diventano confusi. Queste condizioni sono tutte prove che la tua mente non è in ordine. La tua mente dovrebbe essere sempre chiara, vasta e pulita. La tua mente non dovrebbe essere oscurata; quando sei pieno di troppi pensieri, diventi cupo e depresso. Se non hai nulla nascosto nella mente, sei naturalmente fresco e tranquillo e la tua espressione è serena. Da ciò nasce il giusto modo di essere e vivere. Da un respiro corretto viene la forte energia del ki e una chiara motivazione. Dalla mente chiara viene fuori una vita luminosa.

Questo non significa che devi andartene in giro con l'idea che non devi pensare a niente, o stare a ricordarti quanto devi essere tranquillo. E' ancora illusione, e va ugualmente rimossa. Se scendi a compromessi con te stesso leggendo libri o ascoltando le parole degli altri, la tua mente vagherà senza meta e finirai col chiederti: “E' giusto quel che sto facendo? Va bene? E' un errore?”. Se divaghi con la mente in questo modo, tutta la concentrazione che hai raccolto praticando zazen svanirà. Devi semplicemente continuare col tuo energico conteggio del respiro; devi mettere tutto quel che hai in questo procedimento e andare avanti incessantemente. Non importa cosa succede, non lasciare che sia un ostacolo. Se non hai il coraggio di andare avanti semplicemente, su una linea continua, non dovresti neanche iniziare. Fare zazen e sussokan solo perché pensi di doverlo fare non ti condurrà a una vera conoscenza della tua mente. Se vuoi entrare in contatto con la Vera Mente che ci connette tutti l'uno all'altro, devi avere la volontà di saltare oltre e farti largo attraverso qualsiasi problema si presenti.

Lo scopo di zazen è espresso in parte con questa descrizione, ma non è ancora completo. Entrando nel dojo di un tempio Zen troviamo spesso scritte queste parole: “Sii consapevole dei tuoi passi!”. Questo ci invita ad essere consci di tutto ciò che stiamo facendo. Togliamo le scarpe con attenzione in modo che nessuno dopo di noi debba sistemarle al nostro posto. Per far sì che tante persone possano facilmente sfilarsi le scarpe, riponiamo le nostre ai margini dell'entrata, invece che nel mezzo. In questo modo, perfino nel modo in cui togliamo le scarpe, è necessaria una consapevolezza continua e attenta, questo è ciò che quelle parole ci vogliono ricordare. Non ti stanno ricordando solamente delle tue scarpe, ma anche del tuo modo di vivere. La tua stanza è tenuta in ordine, la tua casa è tenuta in ordine, dopo la tua zona è tenuta in ordine, e quindi le condizioni sociali sconvolte sono messe in ordine. Il paese, l'ambiente naturale e l'intero pianeta sono messi in ordine. L'intero universo diventa ordinato. Così, quando la tua mente è messa in ordine il cerchio si estende fino ad includere l'intero pianeta, e poi l'intero universo. Allineare la tua mente, metterla in ordine, equivale a correggere e a mettere in ordine la società. Il maestro Joshu chiese: “Hai mangiato la zuppa d'avena stamattina? Dopo che hai mangiato la zuppa d'avena assicurati di aver lavato bene le tue ciotole!” Dicendo in questo modo, egli sta mostrando come il processo di mettere in ordine non è qualcosa di speciale o inusuale. E' vivere una vita naturale e semplice in un modo naturale e semplice. Questo ordine si manifesta da sé quando viviamo in modo naturale, non c'è niente di speciale da fare per mantenerlo. Nella tua vita quotidiana, se il modo in cui fai le cose è in ordine, e gli sforzi creativi e fantasiosi della tua mente sono allineati e coerenti, allora ciò che ti circonda, la vita intorno a te, si metterà in ordine spontaneamente e naturalmente. Questo è vivere zazen, utile in tutte le nostre vite.

Quando il Buddha parlava dalla cima del Picco dell'avvoltoio teneva davanti a tutti un solo fiore. Non era un fiore qualunque, quel fiore era la reale esperienza del Buddha, la manifestazione della sua essenza. Non viviamo giusto per essere in vita, anche se è vero che gli umani sono una specie animale, come alcune persone sintetizzano con una certa noncuranza; se fossimo solamente animali non avremmo bisogno di essere umani. Se siamo sinceramente umani dobbiamo vivere in modo umanitario e dignitoso. Non siamo vivi giusto per guadagnare e per appagare i nostri desideri. In che modo la nostra vita e la nostra mente possono risplendere e illuminare tutto ciò che incontrano? Lo Zen è il mondo della diretta realizzazione della luce di Dio, così come esiste dentro i nostri corpi. Quei sutra splendidi! Bisogna ottenere che essi vengano fuori dai nostri corpi con le nostre parole e le nostre azioni, se non sperimentiamo questo, non è vero Zen. Non siamo semplici animali; con la nostra magnifica mente e con lo spirito dobbiamo vivere la nostra vita nel miglior modo possibile. Questa è la conoscenza che il maestro Joshu intendeva esprimere guidando, inoltre, il monaco alla comprensione di essa.

Se nella vita reale, dove viviamo in società, consideriamo zazen come qualcosa di separato e non connesso, zazen non ha alcun significato. Nel mondo reale, in questa persona reale che vive, questa persona che sta vivendo proprio in questo momento, fino a quale grandezza possiamo affinare e sviluppare le nostre capacità creative e inventive ed emanare una forte luce brillante attraverso le nostre vite? Dobbiamo continuamente guardare alle nostre vite in questo modo e usare la stessa energia creativa che usiamo in zazen per osservarci chiaramente e non distogliere lo sguardo da questo. Se possiamo fare ciò, possiamo capire quanto sia necessario zazen, specialmente nelle vite e nel mondo d'oggi. In questa società odierna insicura, sempre in cambiamento, attraverso il nostro zazen possiamo vivere vite che esprimono la nostra vera umanità e rivelano la verità; possiamo vivere e svilupparci come esseri di verità.

Una vita non è un tempo così tanto lungo. Nel tempo che ti rimane, per dirla come il maestro Joshu: “Dopo aver mangiato la zuppa d'avena sii certo di aver lavato bene le tue ciotole!” Quanto puoi far risplendere le tue ciotole? Devi lavorarci energicamente e in profondità! Non è un problema di qualcun altro, ma qualcosa che puoi fare solo tu. La tua nascita su questa terra non è responsabilità di qualcun altro, il tuo essere in vita non è responsabilità di qualcun altro, è una tua responsabilità individuale. Capire profondamente questa cosa è quel che ti insegna lo Zen. Se un individuo capisce veramente questa cosa, il modo di vivere di questa persona avrà un effetto duraturo sulla società. La società darà il benvenuto a questa persona e la sua ragione e il suo valore di essere viva saranno capiti pienamente.


Keisaku

In Vipassana, Yoga o in altri tipi di pratiche il keisaku non è usato. Questi percorsi possono essere paragonati a centri di benessere spirituale; ci fanno sentire bene quando ci sediamo, ma gli esseri umani sono davvero così semplici? Noi sediamo qui, adesso, ma siamo realmente limpidi e svuotati, proprio qui, proprio ora, senza pensare completamente a niente? Solitamente o siamo pieni di pensieri estranei o dormiamo, e sedere in questo modo per diecimila anni non ci porterà da nessuna parte. In Cina dal VII all'VIII secolo il keisaku è stato usato nella pratica Zen. Perché?

Origini storiche

Il keisaku cominciò ad essere usato alla fine della dinastia Tang. Daruma Daishi certamente non portò un keisaku in Cina, e nemmeno vi sono disegni del sesto patriarca che va in giro con un keisaku. In quei primi tempi, comunque, una pratica chiamata Ban wo Masubu divenne di uso comune. Le persone praticavano sedendo una di fronte all'altra con un bastone posato nel mezzo. Dovevano sintonizzare i loro ki per non permettere alcuna interruzione o vuoto di energia, se uno dei due avesse creato un vuoto l'altro lo avrebbe colpito col bastone.

Nella setta Soto, dove il praticante è già considerato come se fosse il Buddha seduto, il colpo del keisaku è dato da dietro e solo sulla spalla destra. Colpire la spalla sinistra significherebbe colpire il kesa, quindi come colpire il kesa del Buddha. Anche se è il Buddha a essere seduto, nel Soto si riconosce che ci si può addormentare e rilassare.

Nel Rinzai si viene colpiti su entrambe le spalle, perché Hakuin Zenji, che stabilì le regole che usiamo oggi, sedeva senza kesa. Noi riconosciamo che c'è ancora un forte attaccamento all'ego a cui bisogna provvedere, quindi per spazzarlo via, per scrostarlo, ci sediamo uno di fronte all'altro e usiamo il keisaku. Così lo spirito dello sviluppo reciproco è l'usanza dei nostri zendo. Usiamo il forte ki dello zendo per aiutarci l'un l'altro a tagliare via energicamente i pensieri estranei. E' il riconoscimento e l'ammissione della reciproca natura di Buddha che ci permette di usare il keisaku, non con un sentimento punitivo, ma per non permettere a nessuno di sedere in maniera apatica.

Soprattutto, il keisaku intende proteggere e mettere in guardia da uno stato mentale distratto e spronare l'energia per la pratica, non ha niente a che vedere con la punizione.

Uso del keisaku

Il colpo del keisaku deve essere sentito solamente tramite il suo peso, non dalla forza impressa nel batterlo sulle spalle. Per questa ragione, la sua forma e il suo disegno sono molto importanti. Il keisaku deve essere lungo tra i 100 e i 120 centimetri. Dovrebbero esserci keisaku diversi per l'estate e per l'inverno a causa della differenza dell'abbigliamento. In estate l'uso del keisaku è più leggero, quindi lo spessore dell'estremità dovrebbe essere 5 millimetri, per l'inverno è ideale uno spessore di 1 centimetro. Il miglior legno per realizzarlo è il legno di quercia, perché è un tipo di legno che non si rompe facilmente. Ciliegio, acero e cedro sono troppo fragili per essere usati senza correre rischi. Il manico del keisaku deve poter essere impugnato facilmente, sia da chi ha una presa larga che da chi ha una presa stretta.

Come colpire

In generale quando si colpisce con il keisaku bisogna essere molto attenti. Non bisogna mai colpire sulle ossa, ma sulla parte molle delle spalle – considerando la lunghezza di una mano dall'estremità esterna della spalla. Dato che nella maggior parte degli zendo occidentali lo shogyosha siede sul pavimento, bisogna prestare particolare attenzione per evitare di dare il colpo troppo in basso, cosa che potrebbe danneggiare gli organi interni e l'intestino. In estate a Sogenji, diamo due colpi per ogni spalla, quattro colpi in inverno. Naturalmente, si può scegliere la quantità; in alcuni posti danno tre colpi in ogni periodo dell'anno. Tutti i colpi devono essere dati velocemente. Usa il peso del keisaku solo per calibrare la forza, affondare il colpo è sia doloroso che inutile. Per questa ragione un movimento rapido, come uno schiaffo, è quello giusto – nel momento stesso in cui si sente il colpo il keisaku è già sollevato. Chi è capace, solleverà alto il keisaku. Questo permetterà un colpo profondo, non duraturo, che include tutte le parti del corpo. Dai i colpi velocemente, con continuità, uno dietro l'altro. Non usare una pressione non necessaria; il keisaku non deve essere mai battuto con forza. Se colpiamo bene possiamo veramente aiutare gli altri a stare svegli. Se non colpiamo bene lasciamo uno spazio per l'apparizione di pensieri egoistici. Solo la pratica può dare la sicurezza per alzare in alto e colpire con cura, sebbene non si colpisca troppo forte, tuttavia forte abbastanza da essere sentito.

Per ricevere il keisaku, dobbiamo dapprima fare gassho per ricordarci che è un aiuto per il nostro beneficio. E' anche molto importante non indulgere in pensieri egoistici. Far sorgere sentimenti di rabbia nei confronti della persona che ci colpisce non è sicuramente il modo per ricevere il keisaku. Ricordiamo che il keisaku serve ad aiutarci l'un l'altro nella seduta e non a stabilire la capacità del sorvegliante, anche se l'abilità è preferibile perché il beneficio si sente di più. Siccome le persone che non possono colpire bene potrebbero fare un po' male, è importante non piegarsi troppo in avanti o aprire uno spazio sotto le braccia. Questo rende il loro lavoro più facile. Dato che le donne hanno le spalle più strette degli uomini, è particolarmente importante per loro essere sicure che lo spazio sotto le braccia non sia aperto, il che ridurrebbe ulteriormente le spalle. Piegandosi in avanti è scortese non girare la testa dall'altra parte rispetto alla zona che va colpita, facciamo così anche per l'incolumità delle nostre orecchie.

Forma

Il numero di keisaku in uno zendo dipende dal numero di persone presenti: più di trenta persone richiedono due keisaku. Uno dei due viene designato come keisaku principale. Per la maggior parte degli zendo One Drop sarà sufficiente un solo keisaku. Le forme per due keisaku sono simili a quella del singolo sorvegliante. Con due keisaku, l'altro starà al lato opposto dello zendo, comportandosi allo stesso modo del sorvegliante principale.

Quando viene suonata la campana per iniziare la sessione, le persone designate a portare il keisaku si alzano e si inchinano, in gassho, al loro tan. Rimboccano il hakama o koromo – in modo che questi importanti capi di abbigliamento non tocchino il pavimento se dovesse esserci il bisogno di piegarsi o accosciarsi – prima di recarsi in gassho ai rispettivi keisaku. Di fronte al keisaku, solitamente posto nella teca di Manjushri Bosatsu, il sorvegliante si inchina, prende il keisaku, e si inchina nuovamente. In piedi di fronte al Jikijitsu, la postura dei praticanti, l'allineamento dei cuscini e l'energia complessiva dello zendo possono essere sorvegliati mentre si aspetta che tutti si sistemino. Quindi si cammina intorno allo zendo prima di ritornare al posto. Questo percorso è il momento migliore per correggere le posture scomposte.

I quattro angoli dello zendo sono i soli posti dove il keisaku starà fermo. Quando è in sosta, il keisaku va tenuto come mostrato nella figura. I gomiti devono stare in fuori dritti e il keisaku va tenuto con il lato piatto davanti e le braccia su una linea diritta. Se c'è una scritta sul bastone, questa deve essere rivolta all'esterno. Va poggiato sulla mano sinistra ed è tenuto, solo in modo che non cada, dalla destra. I gomiti sono in linea, il ki è nel tanden. A volte le persone stanno con i piedi molto larghi, come se dovessero andare in bagno. In realtà, bisognerebbe stare con i piedi vicini, giusto con lo spazio di un piede in mezzo. Ginocchia piegate e fianchi stabili, saldamente radicati allo zendo. I praticanti seduti possono vedere questa postura e l'attesa del keisaku, sono consapevoli di questo.

Nel camminare nello zendo, passi silenziosi e concentrazione consapevole sono estremamente importanti. Nei monasteri giapponesi vengono usati sandali di paglia, ma sono leggeri con temperature umide. E' preferibile camminare a piedi nudi piuttosto che con sandali rumorosi. Il keisaku va tenuto sopra la spalla destra, orizzontalmente, non poggiato su di essa come se stessimo portando i secchi della latrina. Camminando in questo modo, possiamo guardare le persone sedute attraverso lo spazio tra il keisaku e la spalla. Quando ci fermiamo davanti a qualcuno, ci fermiamo palesemente e ci inchiniamo verso di esso in gassho. Quando si passa davanti all'ingresso dello zendo, la punta del keisaku viene lasciata cadere in segno di rispetto.

Dopo il giro iniziale dello zendo il Jikijitsu suonerà la campana altre tre volte per dare ufficialmente il via alla seduta. Da questo minuto il keisaku starà fermo o camminerà, soppesando il respiro di ogni praticante, guardandolo attentamente. Le persone che in questo momento sono adagiate e addormentate possono essere viste, e quando vi si passa vicino le si può colpire. Se il keisaku è distratto, è un male per la seduta di tutti. Sia in piedi che camminando si dovrebbe stare in profondo samadhi, non si deve stare in piedi senza scopo, né muoversi nervosamente. Chi siede dovrebbe percepire il controllo da parte del keisaku.

Raramente l'energia dello zendo sarà così debole che il Jikijitsu richiederà che tutti i praticanti vengano colpiti. Questo intervento dovrebbe essere usato raramente, nel timore che venga percepito come una punizione.

Muovendosi in questo modo, non si farà né pressione su chi siede né si ostacolerà. La responsabilità del keisaku è aumentare l'energia dello zendo.

A Sogenji, proprio per la presenza di tante persone di culture e paesi differenti, pratichiamo zazen per sviluppare una profonda umanità. Tuttavia, alcuni zendo si limitano ad imitare la tradizione e per questo motivo vengono fatti grossi errori. Quando si lavora sul filo del rasoio, si può essere realmente aiutati dal keisaku. Per meditare in un centro di salute spirituale non ne abbiamo bisogno. Quando ci spingiamo ai nostri reali limiti, il keisaku può aiutarci a superarli e ad avere un'esperienza di cambiamento radicale. In questo periodo, si ha molto bisogno del keisaku, chi lo ha sperimentato sa bene quanto sia importante.


Zazen al lavoro

Seduti nello zendo per la pratica, chi è appena arrivato e chi è stato qui per dieci o quindici anni, la forma esterna sembra la stessa. Se dovessimo parlare della forma, essi appaiono esattamente uguali. Ma una persona che ha appena cominciato dirà sempre – sia che pratichi un koan o il sussokan – che il solo atto di sedere il proprio corpo nello zendo e fare la pratica prende tutte le sue energie. Quindi cercare di allineare il respiro e continuare a tenere l'attenzione su di esso in quel momento va al di là delle sue possibilità. Dopo un po', quando il suo corpo sarà abituato a starvi seduto, lo zendo diventa un posto dove può concentrarsi; tuttavia il lavoro all'esterno sarà ancora un posto dove è difficile mantenere la concentrazione. Ci si può concentrare nello zendo, ma mantenere il sussokan durante il samu, o durante il lavoro quotidiano, è quasi impossibile. Durante il samu il sussokan sembra che se ne vada altrove e molti chiedono come risolvere questo problema. Questa domanda viene fuori sempre. Questo succede perché la pratica viene fatta intenzionalmente. Ovviamente è difficile. Si finisce per separare l'attenzione al respiro del sussokan dal lavoro o il koan dal lavoro. Se si cerca di attaccarsi ad entrambi è molto difficile. Non abbiamo due tasche nella mente. Abbiamo solo una tasca – no, in effetti non vi sono tasche: semplicemente incontrare il mondo così com'è, incontrare ogni cosa, accordandosi ad esso perfettamente e toccandolo direttamente. Così è come dovrebbe essere, altrimenti funzionerà correttamente. Se viene fatto intenzionalmente – non importa che lavoro si stia facendo – all'inizio risulta impacciato e maldestro. Eppure se viene fatto fin dall'inizio con tutta l'anima, con tutta la nostra forza, allora, a poco a poco – anche se non ci pensiamo su in maniera complicata – il nostro corpo naturalmente si immergerà ed entrarà in quel mondo. In questo modo il koan o il sussokan cominciano a funzionare. Resterà difficile, finché lo terremo come una cosa separata, ma quando diventa la nostra energia vitale, usata per liberarci dai pensieri estranei, allora questo elemento importante può essere sentito e compreso e in ogni luogo ed in ogni momento ci sarà un accordo perfetto con ciò che stiamo facendo. L'attività e l'essenzialità della Mente diventano familiari e possiamo farlo senza l'elaborazione di un pensiero complicato. Può sembrare uguale dall'esterno ma la sua essenza interiore è diversa. Nella nostra Mente non ci sarà rigidità o tensione ulteriore. Se ciò che è giusto davanti a noi è messo correttamente a fuoco, diventeremo certamente capaci di farlo. L'essenza della pratica deve diventare piena e vigorosa fino a questo livello o non si può dire che una persona è capace di fare vero zazen. Potremmo chiedere: “Sedere nello zendo come una pietra o un fiore – senza vedere e senza sentire – è veramente zazen?”. Questa sarebbe una domanda naturale. Non è così. Non importa per quanto tempo sediamo – cinque o sei ore – dobbiamo mangiare qualcosa, dobbiamo andare in bagno, il nostro corpo sarà intorpidito e dovremo muoverci. Anche se diventassimo capaci di sederci senza vedere o sentire, funzionerà solo fino a quel punto. Sarebbe limitato, e neanche questo sarebbe vero zazen. Non è in quel modo. Il vero zazen è sederci e, non importa dove siamo o cosa stiamo facendo, non aggiungere pensieri su questo o su quello. In ogni momento, in ogni posto siamo nel posto giusto, con la mente in equilibrio, questo è zazen. Non è portare avanti di proposito una pratica di sussokan o un koan nella nostra testa. Questo non è vero zazen. Se il nostro koan è necessario quello è lavorare sul nostro Occhio. Deve diventare vivo lì. Il sussokan viene usato per il movimento dei piedi, l'azione del nostro corpo. In quello il sussokan deve ravvivarsi. Se non è così, allora è zazen limitato e gli sforzi inventivi e creativi presto svaniranno. Non importa da quanto pratichiamo, la nostra mente non troverà pace ed equilibrio veri. Allo stesso tempo, se non stiamo attenti cominceremo a pensare allo zazen e alla vita nella società come a due cose separate. Se torniamo al nostro solito modo di vivere, lo stato mentale di zazen lo abbiamo lasciato indietro, è svanito. Vediamo i nostri amici e andiamo in città e il nostro stato mentale di zazen scompare. Non è questo il senso del vero zazen. Non importa quanto parliamo con i nostri amici o quanto andiamo in giro in città, dentro ciò che facciamo la nostra Mente deve trovare sempre quel luogo al quale può tornare. A quel luogo senza nessuna macchia, bisogna sempre lavorarci su con creatività e inventiva. Non si deve mollare questa essenza o non è vero zazen. Quest'anno (1995) il 17 gennaio, nell'enorme terremoto di Kobe, sono morte 5.000 persone. Si dice che ottocentomila o un milione di persone sono rimaste ferite, e ancora adesso vi sono mezzo milione di persone senza casa. Continuano a vivere la vita degli sfollati. Le persone che praticavano a Sogenji, fin dal diciannove di gennaio, sono andate avanti e indietro da Kobe – tutti quanti sono andati lì tre o quattro volte a cucinare e fornire cibo e aiuto agli sfollati. Il posto dove siamo andati ad aiutare è un tempio dove il giardino è stato trasformato in un luogo dove cucinare cibo per un gran numero di persone. Lì la gente poteva avere una zuppa di miso calda e pasti caldi nel freddo inverno. Il cibo cucinato lì è stato portato anche alle persone nelle aree evacuate. Dal mattino alla sera tutti dovevano lavorare, portando enormi pentole e bollitori, tagliando verdure, cucinando il cibo e distribuendolo mentre era ancora caldo. Dopo aver fatto questo, tornando al tempio di Kobe, mangiavano il loro pasto come si fa in monastero, con il canto dei sutra e nello stesso modo in cui si fa a Sogenji. Facendo zazen di notte e non sprecando tempo, tre o quattro persone alla volta andavano insieme e lavoravano là con creatività ed inventiva. Lavoravano tutto il giorno, sudando e muovendosi fino ad essere esausti, ma non dimenticando zazen e la loro vita nel dojo. In questo modo può svilupparsi un reale e vero zazen. Se questo tipo di mente può essere sempre sviluppato mentre si lavora nella società, non sarebbe necessario avere un dojo, qualunque posto in cui siamo potrebbe diventare un dojo. Non ci sarebbe bisogno di fare zazen nel nostro lavoro o quando ci curiamo delle persone, diventerebbe esso stesso zazen vivido e vivente. Nel dojo, tra quelli che vi entrano, vi è chi ha un modo eccellente di agire e chi ha facilità a sviluppare un'essenza profonda. Ci sono tanti tipi di persone diverse. Le persone che possono entrare velocemente in uno stato profondo di samadhi spesso trovano le attività molto difficoltose. Tra quelli che agiscono con abilità e maestria, succede spesso che la loro essenza si annacqua facilmente. Se riteniamo prezioso il nostro mondo interiore, il mondo esterno diventerà trascurato, se ci concentriamo e diamo importanza al mondo esterno – agendo in maniera energica – il nostro mondo interiore diventerà trascurato. Se comprendiamo ciò, dobbiamo bilanciare questa discrepanza. Per fare questo abbiamo i koan. Questa è una delle loro funzioni, non quella di capirli con la testa e l'intelletto, un koan non viene usato per questo, ma per portare la nostra Mente indietro al suo posto allineato mentre agisce. Mentre i nostri occhi stanno operando e vedono cose, il koan con cui stiamo lavorando, ad esempio il koan del “Mu” di Joshu, deve manifestarsi attraverso i nostri occhi. Quando sentiamo suoni con le nostre orecchie, deve manifestarsi attraverso di esse. Quando spostiamo il nostro corpo, si manifesta nei nostri piedi. Quando afferriamo qualcosa con le mani, allora si manifesta nelle nostre dita e nella presa. Dobbiamo esprimerlo in tutti questi svariati mondi manifesti. Se ce lo portiamo in giro nella testa in qualche altro modo, sarà un grande errore e attaccamento. Le cose sono in continuo mutamento. Quando il nostro lavoro è completato la nostra Mente dovrebbe tornare subito nello stato del Mu. Là, in quel posto dove ritorna alla sua casa, dobbiamo stabilire il nostro rifugio o saremo sempre spinti e condotti dal flusso. Questo è quel che dobbiamo guardare con attenzione. Come è detto nel Sutra del Diamante: “Non fermandosi mai in un posto fisso, si manifesta sempre nella nostra Mente”. Quando la nostra Mente in qualsiasi momento non risiede in un posto fisso, cambiando ogni istante, si manifesta negli occhi, nelle orecchie, nel naso, nella bocca, nel corpo, nelle nostre mani o nei nostri piedi, costantemente e continuamente. In un dato momento si manifesta in accordo con il mondo di quel momento. In questo modo dà insegnamenti. A questo punto non hai nemmeno bisogno di koan o sussokan. In effetti è questo il modo in cui è, ma poiché non sappiamo come farlo con chiarezza, poiché non sappiamo come allinearlo dove dovrebbe essere - non possiamo comprenderlo - per lavorarci con creatività e in profondità usiamo il koan in maniera attiva. Quel che si deve ottenere è la capacità di non essere fermati da nulla, non bloccarsi da nessuna parte, in modo che in ogni momento ed in ogni situazione che si presenta, siamo capaci di saltarvi dentro e di manifestare lo stato mentale più appropriato ad essa. I praticanti che ogni tanto hanno raggiunto per caso quel posto dove tutto è Mu, potrebbero avere l'impressione di poter ignorare tutte le regole e le convenzioni sociali. Non è vero zazen se viene percepito in questo modo. Essere capaci di considerare tutte le regole, modi stabiliti di fare le cose, e le usanze e ingoiarle tutte, esattamente come sono, e nello stesso tempo non lasciare che questo diventi un problema per il nostro stato mentale – questo è il modo in cui dovrebbe funzionare o ancora non sarebbe vero zazen. Nel dojo spesso ci rechiamo al takuhatsu camminando molto. A volte dobbiamo camminare un'ora. Venti persone camminano in un'unica fila e in quel momento la pratica lavora bene. Guardiamo semplicemente i talloni della persona davanti a noi, posizionando lì i nostri occhi e camminando. Facendo questo, quando la persona davanti a noi si ferma, in modo naturale ci fermiamo pure noi. Quando la persona davanti a noi passa su un fosso, anche noi naturalmente passiamo sul fosso. Quando la persona davanti a noi si ferma ad un semaforo rosso, naturalmente anche noi ci fermiamo. Quando la persona davanti a noi si muove, naturalmente anche noi ci muoviamo. Questo potrebbe sembrare un comportamento da automi, senza alcun centro o autodeterminazione, ma la nostra Mente non si stanca minimamente. Per la maggior parte di noi la stanchezza della mente è più grande della stanchezza del nostro corpo fisico. La stanchezza del corpo viene alleviata con il riposo, ma la stanchezza della mente, anche se riposiamo non va via. Quando soffriamo per la pesantezza di un “sé” – un attaccamento e un giudizio basati sullo stare bloccati sull'idea di un sé – frantumiamo moltissime cose nel mondo. Come siamo confusi e delusi da ciò! Non diventerà mai un buon zazen. Tra la gente che pratica zazen ve ne sono alcuni molto meticolosi. Allo scopo di svegliare la Mente autentica cercano di mettere ogni singola cosa a posto fino all'estremo dettaglio. Ovviamente, se siamo eccessivamente rilassati e rozzi riguardo le cose, nemmeno questo andrà bene, ma non insistere se una cosa è perfetta in un modo o in un altro e usare un sacco di tempo a preoccuparsi di questo, tutto il giorno dal mattino alla sera: “No, non è quello; no, non è questo” – se ci facciamo problemi del genere, nemmeno questo funzionerà. Più che questo – sebbene anche questo sia importante, guardare la forma è importante, ma non bisogna attaccarsi ad una forma in ogni dettaglio, bloccandosi e rimpicciolendosi nella difesa di come fare qualcosa – non muoversi in maniera limitata e ristretta. Questa Mente è il nostro vero stato: questa Mente non attaccata o bloccata su nulla. Se possiamo aprire la nostra Mente in questo modo e ricevere e accettare ogni cosa e continuare a muoverci attraverso tutto quel che succede, muovendoci in accordo con quel che accade e ancora, allo stesso tempo, non restando rigidi e bloccati sulle regole – non agire come se si stesse ripulendo ogni angolo recondito di un contenitore per cibo – non essere attaccati al modo di farlo, ma usarlo senza restarvi bloccati, questo stato della mente è importante. Altrimenti staremo solo coltivando i semi della confusione e dei problemi. Non verrà fuori alcuna pace nell'agire in quel modo. Dobbiamo farlo pienamente e totalmente, ma se cerchiamo di cominciare solo dopo che siamo completi e perfetti non cominceremo mai. Ancora di più è importante camminare e fare un passo avanti dopo l'altro. Più che farsi fermare dall'essere confusi e preoccupati, dobbiamo muovere un passo in avanti e cominciare. Il modo per fare un lavoro inventivo e creativo è quello di non aprire varchi nella nostra Mente per far entrare pensieri estranei, non lasciarvi spazi in cui distrarsi e diventare confusi. Praticando il koan del Muji o il sussokan – vanno bene entrambi. Ambedue sono forme utili. Ma quel che è più importante è lo stesso flusso dell'energia vitale e non farsi distrarre da qualunque cosa ci allontani da esso, e non interrompere affatto il suo flusso. Metterlo in pratica, non permettere nessuna spaccatura quando si è concentrati sul Mu. Nel mezzo del Mu non dobbiamo permettere nessuna spaccatura. Mettiamo fuori i Mu uno dopo l'altro, senza spaccature o spazi in mezzo. La parola “Mu” inoltre non è più lunga perfino se mantenuta, e noi diventiamo semplicemente quella stessa energia vitale. Anche nel sussokan non bisogna rimanere bloccati sulla forma, non si deve rimanere concentrati sullo stretto rigido disegno della pratica, non essere attaccati alla forma, non permettere interruzioni ma procedere in maniera ampia e spaziosa. Non gironzolare prendendolo qua e là, il Mu è la stessa energia vitale, anche se le cose intorno passano e vanno e vengono, cambiando costantemente; in quel mondo mutevole bisogna sostenere quello stato mentale che resta immutato, ecco come dovrebbe essere fatto. All'inizio è difficile, ma se questo stato della Mente non viene sviluppato non può essere considerato vera pratica di zazen.

Choka

Choka: per la cerimonia del mattino (choka) i membri del sangha che abitano nello joju, la foresteria, arrivano allo Hondo individualmente, mentre i donai (gli uomini che abitano nello zendo) e coloro che abitano negli alloggi delle donne, arrivano in processione. Il servizio inizia quando arriva il Roshi e offre l'incenso all'altare principale. Durante il servizio uno dei Densu (inosu) chiamerà i nomi dei sutra e leggerà gli eko (dediche). Ci sono specifici ritmi e ordini necessari da praticare e padroneggiare, così il Densu deve passare parecchio tempo per conto proprio per imparare le campane, i gong, i tamburi e gli eko e altre procedure, in modo che il canto dei sutra sia condotto senza problemi e correttamente. Il choka viene compiuto ogni giorno dal Densu, perfino quando il sangha sta riposando o è assente.

Sutra: chi pratica deve sapere che l'enfasi nel cantare i sutra non è nel significato delle parole. Il canto viene effettuato con tutto il corpo, e i sutra devono essere traslitterati in modo da incoraggiare una semplice recitazione ritmica. Cantiamo energicamente, con gratitudine verso chi ha sostenuto la nostra pratica, come un'offerta per esprimere la naturale unità ed armonia tra tutti gli esseri. L'ordine dei sutra del mattino non è sempre lo stesso e non tutti i sutra vanno letti ogni giorno. Questi sono i sutra da leggere:

SUTRA DEL CUORE (versione inglese/italiana): questo sutra esprime l'insegnamento essenziale della pratica del Buddhismo Mahayana, ed è letto comunemente da quasi tutti i buddhisti giapponesi.

TEDAI DEMPO BUSSO NO MYO GO: i nomi dei Buddha esistiti prima di Shakyamuni, poi Shakyamuni e quelli del lignaggio della trasmissione del dharma fino al maestro del Roshi , Yamada Mumon Roshi.

MYO HO REN GE KYO: parte del Sutra del Loto, un testo mahayana proveniente dall'India 1500/2000 anni fa. Tratta la continua presenza del Bodhisattva della Compassione.

RYOGON SHU: dal Surangamma Sutra anch'esso scritto in India circa 1500/2000 anni fa. Tratta dello sviluppo della mente del praticante.

HANNYA SHINGYO: versione giapponese del sutra del cuore.

SHO SAI SHU: un dharani da cantare energicamente per l'armonia e la concentrazione.

RINZAI ESHO ZENJI GO ROKU NO JO: l'introduzione alle “Memorie di Rinzai” che descrive a grandi linee la biografia e gli insegnamenti del fondatore dello Zen Rinzai.

DAI HI SHU: (Na Mu Ka Ra Tan No): un sutra traslitterato per una lettura armoniosa ed energica, originariamente era un sutra devozionale per il Signore della Morte (Shiva). Questo sutra viene letto spesso in memoria di coloro che hanno una connessione karmica con Sogen-ji o con membri del Sangha.

BOSATSU GAN GYO MON: un sutra giapponese scritto da Torei Zenji, discepolo di Hakuin Zenji, nel diciottesimo secolo. Onora e descrive gli attributi di un bodhisattva.

DAI SEI GAKI: un sutra che elenca e onora le anime e gli spiriti che hanno supportato e trasmesso la pratica.

BUCHINSON SHIN DHARANI: un sutra per tutte le divinità che proteggono i templi.

GYAKU ON JIN SHU: Dharani purificatore.

SHIKUSEIGAN: i quattro voti del bodhisattva.

I QUATTRO VOTI: versione inglese/italiana dei voti del bodhisattva.

SUTRA SPECIALI: spesso alla fine del servizio un sutra per commemorare la ricorrenza mensile della morte di un monaco o di un laico connesso al sangha. Per l'anniversario verrà fatta un'offerta di the e dolci. …


GLOSSARIO

Densu: officiante.

Dharani: orazione rituale simile al mantra.

Dojo: luogo di pratica.

Hakama: gonna o pantaloni tradizionali giapponesi.

Hondo: edificio delle cerimonie.

Jikijitsu: supervisore, responsabile dello zendo.

Koromo: abito del monaco zen.

Samu: lavoro fisico fatto con consapevolezza come pratica spirituale nei monasteri o durante i ritiri.

Shogyosha: praticante.

Takuhatsu: forma tradizionale di richiesta dell'elemosina. Si pratica al di fuori dei monasteri, camminando fino ai villaggi vicini.

Tan: il proprio spazio individuale nello zendo.

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